Attenzione: questo post non racconta La Verità, per la quale avremmo dovuto pagare alla Siae un prezzo troppo salato…

La Siae in Italia si ciuccia i proventi più disparati. Lo sapete tutti. Diritti sulle copie acquistate, supporti vergini, tariffe per le feste e i locali pubblici, tasse d’iscrizione… Un sacco di soldi. E li ripartisce “come cazzaccio gli pare”. Alla faccia dei suoi “soci” e dei consumatori finali. Un esempio, su tutti. Sempre che le cose non siano cambiate. La musica sacra paga sei volte la posta. Mi spiego. Mettiamo che io sia un “prete”.
E mettiamo che io “prete” abbia un “cugino” che compone musica sacra. Mettiamo, in tutto questo mettere paradossale (per me, non in generale), che io “prete” decida di tenere un concerto di musica sacra nella mia parrocchia, per far ascoltare ai fedeli la musica sacra di mio “cugino” compositore. Gratis. Io “prete” pagheri un forfait, diciamo di cento euro, a prescindere dal pubblico presente (leggi: anche se non viene nessuno). Bene, ripartisce “come cazzaccio gli pare” vuol dire che a fronte di un forfait di cento euro, versato alla Siae da me “prete”, mio “cugino” compositore si beccherebbe seicento euro (leggi: anche se non viene nessuno). Provate a mettere in piedi una band, a comporre, a iscrivervi alla Siae, a suonare la vostra musica e vendere i vostri CD autoprodotti, o prodotti da un’etichetta indipendente, e raccontatemi quanto vi becchereste per la riproduzione dei vostri pezzi.

YouTube e la Siae stanno stringendo un accordo segretissimo, per consentire a entrambe le parti in gioco di guadagnare su quanto fino a oggi viene probabilmente catalogato come pirateria.

Questo post non ha niente da dire, serve solo a ipotizzare che in tutto l’ecumene solo la Siae sia riuscita a trattare con Google sulla questione (meramente economica) del diritto d’autore.

…ma serve soprattutto a ribadire che i contenuti di questo blog, come quelli di un miliardo di altri siti web, sono distribuiti con licenza CreativeCommons. Come dovrebbe essere il sapere in genere, se si crede che la cultura debba circolare, crescere, respirare, e che gli operatori della cultura debbano guadagnarsi da vivere come fanno gli arrotini, i maniscalchi, i saltimbanchi, i professori e le mignotte oneste, e non come fanno gli arciduchi, i magnaccia, i cardinali, i mafiosi e gli usurai.