Post hoc ergo propter hoc
“Molte persone credono di riflettere mentre stanno solo riordinando i loro pregiudizi.”
- William James -
Vorrei parlare di tante cose, diverse, ma le frasi mi vengono su tutte insieme, e finiscono per incastrarsi tra i denti e intrecciarsi con la lingua. Allora cerco un filo conduttore, l’arcinoto bandolo (che tutti lo dicono ma nessuno sa che cacchio è).
Il bandolo di questa matassa di pensieri è il pregiudizio. Il protagonista sono io, sbattuto in una terra nuova, che sto cercando di comprendere.
Chiamateli schemi mentali, sovrastrutture ideologiche o semplici giudizi affrettati, parlerete sempre della stessa cosa: dell’uomo, e del suo bisogno di mettere ordine nel mondo.
numero 3 – i bar
Adoro i bar, anzi i baretti. Quelli dove puoi incontrare vecchi che giocano a carte, giovani appena usciti dall’ufficio o dal capannone industriale, il babbo che compra il gelato al bambino e intanto fà gli occhi dolci alla barista (il bambino voleva un bel gelato, di quelli veri, ma si ritrova a ciucciare un calippo solo perchè la barista è una gnocca mentre la gelataia è una cozza); quelli dove c’è l’immigrato e il leghista, il maniaco del calcio e il poeta, ma soprattutto quelli dove sono ben accetti il matto del villaggio e il forestiero. C’è un bar così, vicino casa mia. Io sono il forestiero. Il fatto di essere forestiero mi tiene ancora lontano dai discorsi faccia a faccia con gli avventori. In quelli vado forte: riesco a parlare con tutti, e a trovare punti d’incontro e spunti di riflessione su tutto, e sotto tutti i punti di vista. Purtroppo ancora sono in fase di studio.
E mi sono accorto che sto dando il peggio di me. Faccio il vago, fingendo di leggere il giornale, per strappare frasi dai discorsi che mi circondano. Origlio, letteralmente. Da queste conversazioni rubate sto costruendo un mondo popolato da gente abietta e infelice, dura, ubriacona, intollerante. Non può essere davvero così. Il giudizio che sto costruendo è puro pre-giudizio. Si alimenta delle nozioni che ho del mondo. Senza dare una chanche alla gente che mi circonda, gente ben più complessa degli schemini banali, televisivi direi, in cui li sto rinchiudendo. Questo è il pregiudizio numero tre, quello di tutti giorni. Facile da smontare, perchè bastano l’ascolto e il confronto. Ogni volta che conosco qualcuno, avviene quella magia per cui dall’astratto “gente” si passa all’umanissimo “persone”. E quasi sempre ogni cosa torna al suo posto, senza troppa fatica. Non che poi mi innamori di tutti. Se mi faccio l’idea che uno sia un coglione, e poi quando lo conosco scopro che è proprio un grosso coglione, non mi sento in colpa. Questo è sano giudizio, non pregiudizio. La mamma me lo diceva sempre di mettere giudizio.
numero 2 – non ci vedo
Uscendo dal parcheggio sotto casa mia, ieri, ho rischiato di scontrarmi con l’ennesima vecchietta in bicicletta. Si lanciano contromano in una strada a senso unico, di solito dietro una curva, e anche se ormai lo so e vado a passo d’uomo, continuano a farmi cacciare di quelle inchiodate che ti mandano il cuore in gola.
Per di più ieri la vecchina, un po’ spaventata anche lei, vedendo la mia faccia contrariata mi fa: “non ci vedo”. Spero di aver capito male. Come non ci vedi? Vai in bicicletta contromano in un senso unico e non ci vedi?? Questo è il pregiudizio numero due, quello invisibile, incrollabile, difficilissimo da smontare perchè impossibile da individuare: la sovrastruttura vera e propria. Viviamo in un mondo di veicoli a motore, retto dal codice della strada (granitico e incomprensibile come il codice di Hammurabi), sorvegliato da quei buffi individui vestiti tutti uguali (di solito in blu) e reso possibile dal tacito consenso dell’umanità tutta. Non è concessa alternativa, o lo conosci o muori spatasciato sull’asfalto. Ma ci sarà mica l’asfalto in natura? O le ruote? I motori, i sensi unici, l’assicurazione obbligatoria e gli autovelox? Cosa ci ha convinto, a un certo punto della nostra gloriosa evoluzione, che
una povera vecchietta un po’ cecata non può girarsene in bici per il suo paesino senza dover rischiare la vita e per giunta dovendosi scusare perchè non sa interpretare una serie di segnali astratti e del tutto convenzionali?? Mentre stavo per spalmarla sull’asfalto ho pensato “oddio, povera vecchia”. Quando mi ha detto, un po’ confusa, “non ci vedo”, ho pensato che fosse una povera imbecille e che in fondo si meritava che io le passassi sopra con la mia modernissima scatola di lamiera da 9 quintali. Ora che ci ho pensato un po’ su, direi che lo stronzo sono io. Avrei dovuto andarci anch’io a fare la spesa in bicicletta.
numero 1 – come un salmone in mezzo alle pecore
Non è facile esemplificare il pregiudizio numero uno. Roba da filosofi. Nella mia personalissima classifica si distingue dalla sovrastruttura, peggiorandola, perchè ne rappresenta il risultato finale. Ovvero quando l’ideologia, sottile e vischiosa, viene accettata, metabolizzata, ed eletta a stile di vita. Proverò con un altro bar. Un’osteria dove se non hai dilatazioni di
mezzo centimetro alle orecchie non sei nessuno. Difficile schivare i locali fighetti, da queste parti, e io odio i fighetti. Per questo ho eletto a posto preferito il bar di cui sto parlando. Ma mi stanno altrettanto antipatici gli alternativi da parata. Quelli che a Bologna chiamavamo punk-a-bancomat. Un suv da centomila euro e un cane da abbinare alla converse slacciate a loro volta abbinate al piercing infilato nella guancia, dal mio punto di vista, sono la stessa cosa. Ma questa è solo la superficie del problema. Quello che c’è sotto, la causa del mio fastidio, è il buttarsi spontaneo da una parte o dall’altra della barricata. Metabolizzate le etichette (freak vs fighetto), ciascuno di noi è naturalmente portato a scegliere di appartenere, e così si incatena da solo. Questo è un riduzionismo, un manicheismo che non si sconfigge. Nasce e a sua volta rinforza e modifica tutti gli altri livelli dell’agire umano. Discende dal nostro essere pigri e spaventati, spesso ignoranti, e soprattutto bisognosi di un conforto immediato. Io sono orgoglioso di non essere nè figo nè freak, fiero di essere uno sfigato. Voglio continuare a pensare che non sono costretto a scegliere tra il bianco e il nero, tra il bene e il male, senza qualunquismo. Abito i grigi, e avrò sempre l’istinto di comportarmi come un salmone in mezzo alle pecore e come una pecora in mezzo ai salmoni. Sperando un giorno di scoprirmi uomo tra gli uomini.
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da Mr Hare il 31 luglio 2010 alle 09:40, ed è archiviato come Opinabilità, PurpleHare. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |
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