Solo un altro post su Facebook, Seppukoo e Suicide Machine


L’anomia, oggi, è il brusco passaggio dai sogni di un’eterna melevisione
al decadente incubo neo-post-trans-web-liberista.

Eh?
[Qualora ci siano lettori affetti da sesquipedalofobia (If It's Difficult to Pronounce, It Must Be Risky): andate a farvi un giro, fuori c'è il sole]

Il tabù di facebookMi duole tornare a parlare di suicidio virtuale: non mi piace passare per monomaniaco. Eppure i recenti rapporti tra Facebook e gli ormai noti servizi di suicidio digitale assistito destano interesse sotto vari punti di vista.
I fatti, prima di tutto: dopo la censura subita da Seppukoo.com, stessa sorte è toccata alla Suicide Machine. Servizio, quest’ultimo, che consente di rimuovere definitivamente le proprie informazioni dagli immensi database sia di Facebook che di MySpace, LinkedIn e Twitter. Provate a farlo manualmente, impieghereste ore. Alla faccia del rispetto di Mark Zuckerberg per i dati degli utenti del suo social network, dati su cui, si suppone, gli utenti stessi dovrebbero avere  il massimo controllo. Compreso il diritto di cancellarli, manualmente o con l’ausilio di software appositamente progettati.

Ecco perchè ci si può trovare a fare della sociologia, o socialnetworkologia, partendo dallo studio sui suicidi di Durkheim fino ad arrivare alla difficile formulazione del diritto all’oblio. Ma si possono anche approfondire gli aspetti strettamente giuridici legati alla privacy e alla proprietà delle informazioni, o quelli tecnici collegati all’utilizzo delle tecnologie per la comunicazione.

Toccherà all’antropologia l’ultima parola? Cancellare un account è diventato un tabù: le divinità e gli apostoli del web 2.0 ne provano orrore. In allarme per il calo delle vocazioni e costretti a difendersi dagli esegeti eretici, continuano a reclamare la questua quotidiana, per blindare le roccaforti, imbellettare i sommi sacerdoti, celebrare i sacramenti  e nascondere i tesori. Ignorano, o vorrebbero ignorare, che i dogmi, di questi tempi, possono durare meno di uno spot televisivo.

Aggiornamento del 26 gennaio: leggi l’intervista a Les Liens Invisible (gli ideatori di Seppukoo) su artsblog

Articoli precedenti:
Guerra al social NOTwork!

Nel web 2.0 il seppuku è virtuale. E virale.